Documentazione / Art Style

clicca per visualizzare l'articoloL’arguto verismo di un pittore di fine ottocento

di Paolo Rizzi

Vecchi artisti che ridiventano nuovi. Ogni tanto ne salta fuori qualcuno; e ci si rende conto che tutti, più o meno, hanno navigato su acque parallele. Ecco ora Oreste Da Molin, un pittore che un tempo era ben conosciuto nel Veneto e ambito dai mercanti stranieri. Nato nel 1856 a Piove di Sacco e morto nel 1921, oggi viene riscoperto per la sua vena veristica nitida e lucida, immersa in un clima popolaresco: una “linea”, la sua, ben diversa anche se simile alla tradizione veneta, semmai volta ad un particolare mordente nordico.

Da tempo, ormai, si pensava ad un omaggio a questo pittore che pareva dimenticato. La Banca di Credito Cooperativo di Piove di Sacco, che acquistò in passato otto opere dal collezionismo privato, ha colto l’occasione dei 150 anni dalla nascita di Da Molin per promuovere, insieme al Comune di Padova, un’importante mostra.

L’evento avrà luogo dal 2 aprile al 9 luglio 2006 nelle sale espositive dei musei civici agli Eremitani di Padova; Verranno esposte in tutto un centinaio di opere, tra dipinti, pastelli e disegni, compresa quella ventina che è già di proprietà dell’Amministrazione civica.

Sarà, in sostanza, un omaggio alla Saccisica, la terra nel cui humus si è nutrito Oreste Da Molin e da cui è partito per attingere ad un proficuo alunnato a Venezia. Allievo all’Accademia di Belle Arti di Dal Zotto, Molmenti e Favretto, Da Molin non si è chiuso nel Veneto: da giovane si è mosso, ha viaggiato, in particolare ha amato il gusto fragrante della cultura napoletana (a Napoli ha seguito le lezioni di un maestro come Morelli). Dopo i successi giovanili, caratterizzati anche da un gusto neo-settecentesco, è tornato ad abitare (dal 1898) nella natia Piove, fuori anche da ogni avanguardia che fosse capesarina e futurista o anche semplicemente impressionista.

Spirito arguto, lontano da ogni sentimentalismo, legato al gusto umoroso della sua terra agricola, Oreste Da Molin è stato, semmai, vicino alla maniera veristica che ha caratterizzato un certo filone della cultura padana. Uno dei suoi quadri più impegnati si intitola “Angoscia”: rappresenta l’interno di un ospedale con una “Sala delle operazioni” in primo piano e i parenti dell’ammalato che attendono angosciati l’esito dell’intervento, in un clima livido ben reso dalle scelte cromatiche. Talora il timbro si alza festosamente, come in “Un’ora di riposo” in cui si scorgono donne con scialli e vesti sgargianti. Gli agganci stilistici sono molteplici: dal gusto appunto veristico di un Alessandro Pomi (“Giovani autori”) al colorismo festoso del primo Cherubini, fino all’arguto moralismo (“Vizio e virtù”) che ricorda l’acre pittura inglese di Hogarth. Spesso la pittura è infatti l’occasione per uno spaccato della vita sociale del tempo (“Diurnisti”).

Questa pittura è in fondo simile a quella che è in auge in certi paesi nordici e soprattutto negli Stati Uniti, dove il filone iperrealistico è esploso una ventina di anni fa sulla base fotografica e oggi, con varianti più personalistici è entrata nel gusto. Non a caso Oreste Da Molin si allontana da ogni “ismo”, che al suo tempo e ancor oggi era in auge. Lo si può definire, se non moderno, almeno al di fuori da certe mode che hanno contraddistinto il secolo scorso. Per questo la sua mostra attirerà senz’altro l’attenzione del pubblico.

 

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